
Se bisogna necessariamente parlare di “Resistenza sconosciuta” nel riferirsi alla rimossa partecipazione anarchica all’organizzazione clandestina e alla lotta armata contro il nazi-fascismo tra il 1943 e il 1945, è altrettanto il caso di considerare come semi-sconosciuto il primo antifascismo che, dal 1919 al 1922, si oppose agli squadristi in camicia nera prima della conquista del potere da parte di Mussolini. (…). Cercando le origini e le ragioni dell’avvento del fascismo, appare evidente come l’apparato statale e il potere economico sia industriale sia agrario vent’anni prima erano stati, assieme alle gerarchie cattoliche e agli istituti bancari, a tutti gli effetti mandanti, protettori e finanziatori dello squadrismo fascista, incaricato di salvare l’Italia dagli spettri del bolscevismo ateo e dell’anarchia, ossia di stroncare con la violenza e il terrore le lotte sociali che, dopo la fine dell’immane primo conflitto mondiale, si erano andate sviluppando con forza nelle campagne e dentro le fabbriche, nei borghi come nelle città, al punto da mettere radicalmente in discussione i secolari rapporti di dominio e sfruttamento. (…). Questa sintonia e questo incontro, aldilà delle rispettive convinzioni ideologiche, tra militanti anarchici, lavoratori aderenti alle altre organizzazioni del movimento operaio e proletari “senza partito”, furono perfettamente intuite da Errico Malatesta – punto di riferimento dell’anarchismo organizzato ma anche rispettato ed amato leader del movimento d’emancipazione nel suo complesso – che sostenne in ogni modo lo sviluppo di questo “fronte unico antifascista” tra sovversivi di ogni tendenza. Nella visione malatestiana, la realizzazione di una “intesa diretta fra tutti gli elementi fattivi, al di fuori e al di sopra delle organizzazioni ufficiali”, non solo doveva servire a contrastare efficacemente la minaccia fascista, ma prefigurava il possibile sviluppo di un largo movimento rivoluzionario. (…). Conseguentemente, gli anarchici pressoché di tutte le tendenze, davanti all’incalzare delle spedizioni e delle rappresaglie fasciste, s’impegnarono ovunque in prima persona tanto nell’affrontare gli squadristi quanto nella creazione di strutture territoriali di autodifesa, talvolta composte soltanto da militanti libertari ma più sovente di tipo unitario. (…). Interessante e meritevole d’essere ancora approfondito il rispettivo atteggiamento critico delle varie tendenze anarchiche nei confronti dell’organizzazione ardito-popolare, atteggiamento in cui talvolta s’intravedono curiosi rivolgimenti teorici. Infatti talune diffidenze degli organizzatori verso la struttura paramilitare degli Arditi del Popolo erano motivate dall’avversione verso ogni disciplina, mentre molti di quegli stessi individualisti ribelli ad ogni ipotesi di organizzazione in quanto tale, finanche quella anarchica, non esitarono ad inquadrarsi nelle centurie ardito-popolari, rivestendo anche incarichi di comando. Tali dubbi e contraddizioni furono comunque superati dal precipitare degli eventi e dalla necessità di fronteggiare fascisti e apparati repressivi: gli anarchici, a fianco o all’interno delle squadre degli Arditi del Popolo, si trovarono in prima fila a combattere i fascisti, sia quotidianamente per strada che nelle vere e proprie battaglie che divamparono nelle città. (…). Gli Arditi del Popolo, forti della loro autonomia e della loro determinazione, non facendo mistero dell’intenzione di contrastare e rispondere colpo su colpo al terrore fascista, capovolsero invece la mentalità perdente, legalitaria e pacifista ad oltranza che, pervadendo il movimento socialista, esponeva l’intera classe lavoratrice all’urto dell’aggressione fascista coi suoi inauditi livelli offensivi, esercitata da soggetti addestrati e psicologicamente abituati all’esercizio della violenza nonché pagati ed equipaggiati con le armi cospicuamente offerte dai depositi militari....Il fascismo non fu sempre irresistibile; ma s’impose grazie a connivenze, errori, sottovalutazioni che sarebbero stati pagati a duro prezzo per oltre vent’anni; prima che vecchi e nuovi arditi del popolo trovassero altre armi per un’altra liberazione, in quanto come osservato dallo storico inglese Deakin: “I partigiani del 1945 rappresentavano in un certo senso i vinti del 1922”.
(Marco Rossi,Il primo antifascismo: anarchici e arditi del popolo)
(Marco Rossi,Il primo antifascismo: anarchici e arditi del popolo)
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